PROSSIME MOSTRE
 
2012: Febbraio Londra Tutu's Dionisiaca
2012: Marzo Costa Masnaga Personale "Le donne nel mondo"

2011: Novembre Sondrio “Le donne dal mondo” personale
2011: Novembre Chiavenna Personale "le donne del mondo"
2011: Maggio Monza Galleria Auchan “ Oceano India” personale
2011: Maggio Marmirolo Mantova "Di treni, di sassi e di vento"
2011: Aprile Lecce ex-convento dei Teatini “Le donne dal mondo” collettiva
2011: Marzo Monza Galleria Auchan “Le donne dal mondo” personale
2010: Villa Greppi Monticello Brianza Collettiva
2010: Torino Galleria Nazionale Fiaf “Di treni di sassi e di vento”
2010: Stazione Ostiense Roma "Ferrovie e Integrazione" COLLETTIVA. La mostra itinerante sarà esposta anche a Parigi presso Hotel De Ville, Bruxelles, Madrid, Varsavia e Lussemburgo presso le principali stazioni centrali ferroviarie.
2010: Porta S.Agostino Bergamo alta "Vita vo cercando" Collettiva. “Di treni, di sassi e di vento"
2010: Luccadigitalphotofest "Di treni, di sassi e di vento" Personale.
2010: Galleria St Roma personale “Di treni di sassi e di vento”
2010: Festival Adriatico Mediterraneo 2010 Collettiva “Di treni di sassi e di vento"
2010: Centro Nazionale della fotografia d'autore Bibbiena Autoritratto
2009: Turin photo festival “Le donne in Turchia“ collettiva
2009: Olbia Home gallery – collettiva “Tre minuti”
2009: Lecco Din Don D'arte personale “Ritratti d’artista”
2009: Galleria Gallerati Roma Collettiva “Drei Berlin”
2009: Fotoleggendo Roma – collettiva “Oceano India”
2009: Castellanza Villa Pomini Fotografi Italiani emergenti personale “Turk"
2009: Castellanza Villa Pomini collettiva
2008: Villa Pomini Giovane Fotografia Italiana
2008: Sede centrale Deutsche Bank Lecco “Turk”- Immagimondo
2008: Roma Mitreo collettiva “Dreaming”
2008: Photoexpo Lissone personale
2008: Indastria Fotofestival 2008 - Mussolente - Vicenza
2007: Trieste collettiva “Il salto”
2007: Seravezza Festival di fotografia “Emulsioni”
2007: Open space – Lecco Emulsioni
2007: Lecco Immagimondo “Oceano India” Collettiva
2007: Istanbul collettiva “Dreaming”
2007: Castell'Arquato, Carosello Italiano
2007: Biella - Carosello Italiano
2006: Seravezza - Lucca
2006: Palagio di parte Guelfa –Firenze “Dreaming”
2006: Museum of Foreign art -RIGA Lettonia “Dreaming”
2006: Circolo “Tina Modotti” Acerra- Na Emulsioni
2005: Foto ottica Corbetta – Albavilla Emulsioni
2005: “Wagamaga” Milano
2005: “Monastero di Bobbio” Piacenza
2005: “Marghera Fotografia “ Marghera Ve
2005: “La corte” - Erba
2004: Toscana foto festival – Massa Marittima Emulsioni Grosseto
2004: Premio Donato Frisia – Merate
2004: Padova Arte. Fiera d’arte. Emulsioni
2004: Grafiche D’autore – Montecampione
2004: “Cosa sia la bellezza non so” – Emulsioni Pavullo sul Frignano (MO)
2003: Photo&foto Emulsioni Cesano Maderno (MI)
2002: Labirinti di luce Padova
2001: Labirinti di luce Padova
2001: Istituto Bauer premio Pezza Milano
2000: Università Tor Vergata – Roma

 

LIBRI

 

Oceano India
 
OCEANO INDIA, ANNO DI PUBBLICAZIONE 2010
Editore Les Cultures Prezzo: 30,00 euro ACQUISTA

 

nON SOLO BADANTI
"NON SOLO BADANTI" ANNO PUBBLICAZIONE 2011
EDITORE sensibili alle foglie : Acquista

 

 

PUBBLICAZIONI

 

ARTE FOTOLEGGENDO
CARTA CARTA
FOTOIT FOTOIT
CULT VIVI
B> CLESSIDRA
CESANO CONFINI
CREATIVI BELLEZZA
DREAMING FRISIA

 

CRITICA

 

La fotografa Sara Munari, affascinata da esperienze che la avvicinano a culture diverse, ha voluto intraprendere, dopo il viaggio in India dal quale è stato tratto il volume fotografico"Oceano India", un viaggio verso una cultura forse ancora più lontana, anche se molto più a portata di mano: quella dei Rom. Con la sua capacità di lasciarsi condurre dall’empatia, e il suo approccio limpido, totalmente privo dei pregiudizi che spesso chiudono gli occhi di coloro che, anche inconsapevolmente, si lasciano dominare dai luoghi comuni, Sara Munari ha saputo guardare: è stata in grado di vedere cose, sentimenti, emozioni di una comunità autentica e , nonostante tutto, straordinariamente libera. Attraverso il suo sguardo riusciamo a captare qualcosa di quella gente, di quei bambini, di quel mondo, e questo è il dono più prezioso della sua fotografia. L’esposizione di s.t. foto libreria galleria ci consente di avere una sintetica visione del suo più vasto lavoro, condotto con cura e con la consueta bravura, con una serie di foto a colori e in bianco e nero. Un grazie per un reportage che non è solo testimonianza e documentazione o denuncia, ma molto di più.
Diego Mormorio
 
ROBERTO MUTTI
FRA  LE  PIEGHE  DELLA  REALTA’
Da quando l’arte sublime del viaggiare è stata scalzata dal gioco insipido del tour tutto incluso, anche la fantasia messa in atto per fotografare i luoghi che si visitano sembra essersi inaridita come se i punti di riferimento non fossero più i grandi autori del passato ma i dépliant delle agenzie turistiche. Di fronte a tanta superficialità e appiattimento, verrebbe voglia di tornare al tempi dei nostri nonni e bisnonni che, se  benestanti, si permettevano di realizzare un Grand Tour arrivando da Inghilterra, Francia e Germania per passare in Italia dove ritraevano le bellezze naturali e le rovine delle gloriose civiltà del passato. Erano guidati da un’idea forte, quella dell’andare alla ricerca delle radici della loro cultura classica, ed è quindi logico che sapessero guardare con attenzione quanto li circondava e si muovessero con quella lentezza che garantisce la stabilità della conoscenza.
Senza essere pervasa dalla nostalgia di un passato così lontano – che senso avrebbe  rimpiangere quanto non abbiamo vissuto? – Sara Munari ha semplicemente deciso di reinterpretare il viaggio con uno spirito che ricalca quello del passato ma è anche profondamente radicato nell’oggi. La sua idea è stata quella di partire da Istambul per arrivare a Bratislavia passando da Belgrado, Sarajevo, Mostar, Split, Zagreb e Budapest. Sarebbe tutto relativamente semplice se il viaggio non fosse stato compiuto a piedi con la sola fidata compagnia di una moderna reflex e usando come guida un’idea bella e originale, quella di cogliere gli aspetti più insoliti per trasformali in tappe del percorso visivo. La forza di questo reportage in bianconero non sta tanto nella bellezza spettacolare di qualche singola immagine ma, al contrario, nel preferire fotografie più delicate e intriganti. L’ironia guida la mano e l’occhio di Sara Munari che si muove come una Alice contemporanea che osserva il mondo con lo sguardo divertito, pronto a trasformare ogni angolo, ogni via, ogni scorcio in aspetti di un paese delle meraviglie tutto da scoprire. La logica descrittiva da cui spesso ci facciamo guidare qui è messa in discussione ad ogni passo e pare, quindi, del tutto legittimo che un signore apparentemente serio si possa appoggiare sulla fronte una candelina nel bel mezzo di un dialogo con un interlocutore, che una signora tenti di misurare con un metro una statua della sfinge, che un ragazzo calvo si accompagni a una ragazza dotata di una chioma che le copre tutta la schiena. Non importa molto il luogo in cui queste fotografie sono state realizzate perché assumono una loro surreale emblematicità che funziona proprio perché estranea al tempo-spazio: di chi è l’occhio minaccioso nascosto fra i volumi di un’architettura moderna, dove è quel palazzo elegante dalle cui finestre si affacciano alcuni cuochi che sembrano indaffarati, quale strano evento stanno osservando quei ragazzi che si sporgono così tanto oltre un muretto da farci vedere solo le loro gambe appena ancorate al terreno? Sara Munari si muove con calma, osserva e cattura frammenti di una realtà che spesso ci sfugge e ce la ripropone con garbo: noi osserviamo perplessi l’avventore seduto a un ristorante con di fronte a sé la statua di un cuoco e quella di un cameriere, m quante volte abbiamo avuto la sensazione di essere stati abbandonati a tavola con i grissini da sgranocchiare e l’acqua minerale che si sgasa nel bicchiere? Bisogna modificare il nostro modo di vedere e solo allora ci potrà sembrare logico che una bambina si fermi a parlare con un signore che sembra uscire con fatica da un tombino, ma non lo farà perché è di bronzo: sempre meglio che non riuscire a scambiare mezza parola con un vicino di casa che divide con noi un rapido viaggio in ascensore. Un bambino cammina a testa in giù, una volpe imbalsamata porta a casa in una zampa un fucile da caccia e nell’altra un fagiano, ma tutto questo sembra plausibile se si accetta l’idea che il mondo è assai meno banale di quanto ci appare e che la fotografia può essere capace di cogliere proprio questa sotterranea realtà.
 
Roberto Mutti
ROBERTO MUTTI
La leggerezza del segno fotografico e una capacita' evocativa vagamente onirica caratterizzano la fotografia di Sara Munari che si muove con disinvoltura di fronte a una realtà di cui coglie frammenti poi trasformati in immagini calate in un'atmosfera vagamente sospesa. Pur partendo da fotografie classiche che riprendono paesaggi, facciate di palazzi, elementi architettonici, il lavoro piu' originale della fotografa lecchese inizia nel momento della stampa, quando intervengono tagli molto arditi, sovrapposizioni imprevedibili dove alle immagini si accostano scritti realizzati con calligrafia ordinata e minuta, accostamenti che fanno pensare a simbologie surreali. Una strada si allunga verso l'orizzonte, una scala a chiocciola sembra proiettarsi verso il cielo, una elegante edificio si raddoppia nel riflesso di una grande pozza d'acqua, una colomba attraversa improvvisa lo spazio, due orologi scandiscono il tempo irreale dell'attesa: Sara Munari crea un percorso che avanza per scarti e non si limita a descrivere la realta' perche' indaga sul mezzo fotografico e sulla sua espressivita'. La sue sono tavole dove l'elemento grafico e quello compositivo si fondono per parlare di fotografia in un modo che allude a una dimensione psicologica sottilmente evocativa.
SCATTI DELLA MEMORIA
PASSIONE – PROFESSIONE E FANTASIA
Per Sara Munari
Premetto che il senso d’amicizia che mi lega a Sara si contrappone nella voglia di giudicare in modo serio, leale e critico le immagini chi ho davanti ai miei occhi in questo momento.
Premetto anche che non riuscirò a parlarne male, e forse e per questo motivo non sari soddisfatta del mio pensiero. Ho voluto provare a scrivere le mie sensazioni conscio del fatto che scrivere è più difficile e senza dubbio, una volta “messo nero su bianco” non si può ritrattare.
In poche parole, non si può cancellare ……..
Sarà sincero e  premetto che i tuoi scatti sono molto vicini al modo di intendere la fotografia. La poesia e l’ironia sono due aspetti che mi coinvolgono molto ma che purtroppo non ritrovo spesso nelle attuali evoluzioni interpretative delle nuove leve italiane. Non è un caso infatti che sempre più spesso mi ritrovo a celebrare i grandi “maestri” del passato. Quei maestri che hanno scritto le più belle pagine di fotografia. Pensa a quanta poesia contengono i primi famosi scatti di De Biasi. Pensa alla semplicità delle stesse, alla pulizia ed al rigore compositivo, pensa a quanta poesia si percepisce pur in quei pochissimi elementi contenuti nel rettangolo fotografico in questione. E’ questa la magia che cerco nella fotografia, la semplicità come forza comunicativa e l’emozione come fine da raggiungere. Ripenso alla forza espressiva di Gerard Costello Lopes…..
Ebbene, provo a parlare delle tue immagini sperando di non deludere troppo le tue aspettative.
Provo a parlarne come se questi pensieri non li avessi scritti e pensati per te. Provo…..
Le immagini di Sara colgono nel segno lo spettatore attento che predilige la fotografia ricca di segni e significati. Scatti che nella loro apparente semplicità non sono mai banali e conservano un rigore compositivo che potrebbe appartenere ai maestri della fine del XIX sec.
L’occhio di Sara osserva il mondo da una postazione leggermente distaccata e ne
coglie in tal modo l’aspetto più poetico, sottolineando le piccole storie contenute nei singoli scatti.
Gesti, sguardi e situazioni abitudinari diventano nell’opera di Sara momenti sublimi, conditi da una giusta dose di ironia. La scelta del bianco-nero contribuisce ad alimentare la sfera poetica in cui l’opera di Sara “vive” e si moltiplica in scatti che assumono una dimensione molto interessante.
Caratteristica che unisce lo “street photographer” e la fotografia di Sara è il contrasto suggerito in molte immagini, tra il rigido, freddo e geometrico arredo urbano e la presenza umana, ma ciò che rende queste immagini davvero “uniche” è l’emozione e il sentimento che esse trasmettono.
Queste immagini di Sara comunicano la voglia di fotografare e di riscoprire la bellezza insegnata dalla “grande storia della fotografia”.
Ripenso a come si affrontava il mondo con la macchia fotografica al collo degli anni 50, in cui si assistette ad una decisiva svolta nell’interpretazione fotografica. Due correnti caratterizzarono quel periodo, una s’involò verso il fotogiornalismo scrivendo una storia a se’ e molto affascinante, e l’altra invece , più difficile, s’involò verso una più intima e libera lettura dell’attualità e del reale. Quello fu un periodo storico/fotografico molto prolifico dal punto di vista espressivo, si pensi alla fotografia cosiddetta “umanista” contrapposta a quella “soggettiva”.
Sara si sarebbe senz’altro trovata a suo agio in questa battaglia intellettuale e artistica, ponendosi forse a metà strada tra le due importanti correnti, ma accostandosi di certo alla poetica umanista dei maggiori interpreti del periodo come Edouard Boubet.
L’ironia di Elliot Erwitt si fonde ottimamente con la poesia di Doisenau nella testa di Sara Munari che a sua volta con estrema naturalezza si è lasciata condurre dal sentimento e dall’istinto innato nel momento dello scatto qui rappresentato.
Si osservi l’ironia ed il rigore compositivo delle immagini scattate ad esempio a Belgrado.
A Bratislava invece il contrasto e le similitudini tra personaggi stravaganti e manifesti curiosi, ricchi e poveri, bianchi e neri, spazi e volumetrie,  anziani e la tecnologia moderna sono rappresentati con un occhio indiscreto, quasi curioso, verrebbe da dire  “come una donna”.
Ed un capitolo a sé è la sequenza di immagini che Sara dedica alle “DONNE” del suo viaggio.
L’idea di cercare di intuire il pensiero di come una donna  “vede” un’altra donna è interessante, ma Sara non si smentisce e riesce incredibilmente a mantenere quel leggero distacco visivo che pone idealmente un sottile strato tra il “rappresentato” e il fotografo. In questo modo risulta inalterato il suo particolare stile interpretativo che si ripete elegantemente per tutto il suo percorso fotografico.
Giovani, giovanissime, adolescenti, anziane, suore, studentesse, un viaggio completo da cui non emerge una visione allegra e disincantata. Sara coglie il reale, le donne nella loro interezza con grandi carichi di responsabilità e spesso di tristezza.
Anche a Medugurje  l’occhio di Sara ha colpito nel segno, con pochi scatti è riuscita a rappresentare sia l’elevato grado di fede che aleggia nell’atmosfera, sia il silenzio che se ne percepisce pur nelle moltissime panchine poste dinnanzi ai luoghi delle apparizioni,  ma ancor più criticamente e con una sottile ma reale punta di cinismo, Sara non si lascia scappare la sensazione di sfruttamento economico del fenomeno religioso, tipologia di business molto in voga anche nel “belpaese”.
Anche in questo caso, dodici scatti memorabili.
Sara dunque riesce, a parer mio, a parlare di se stessa pur parlando di altri, con la sua straordinaria fotografia “umanista”, e riesce con ciò a trasmettere le proprie emozioni, le proprie preoccupazioni per un mondo spesso difficile da comprendere, le proprie gioie ed il suo entusiasmo, e tutto ciò avviene da una postazione privilegiata, come se ci stesse osservando da un gradino più alto conservando una distaccata visione della realtà e al contempo animata da una passione unica e rara.
Complimenti Sara, complimenti davvero.
Con Stima e sincera amicizia
Alberto Moioli
Davide Grossi, critico
Sara Munari, fotografa colta e raffinata, di grande sensibilia' ed efficacia espressiva ci offre un lavoro di ampia consistenza. E ci fa un regalo. Ci regala la possibilita' di poter riflettere su una sua visione. Con pochi fotogrammi ci porta sull’ abisso orrido e immenso della condizione dell’uomo. In particolare Sara ci dA' la possibilita' di cambiare registro e prospettiva alle nostre nevrotiche presunzioni. Viste dall’autrice in modo amaramente ironico, queste ci fanno ora quasi sorridere,ora quasi tremare. Disillusa ma mai nichilista, ironica ma mai cinica Sara sembra dirci: “…coraggio Alice vieni a vedere come e' fonda la tana del bianconiglio… “. E cosi' ci da'un nuovo punto di vista, una differente chiave di lettura. Sempre in bilico tra il lieve ed il greve, lucida nel suo “Salto”; Sara coglie e ci fa cogliere un mondo diverso, fragile ed indaffarato, in bilico su se stesso…e comunque tutto da ridefinire. In che modo? Sara non ce lo dice o, forse, non lo sa. Ma questo non importa. Con estrema umilta' si e' posta unicamente la domanda. Estremamente interessante e' anche il modo con cui questa fotografa opera. L’opera e' in costante transitorieta' tra reinvenzione surrealista e ready-made dada, sempre pregna di quella gioiosa follia sognata dal poeta futurista Marinetti. Il mezzo fotografico qui ha una ben marcata identita', serve all’artista come metodica visiva, come intercapedine deanestetizzante e rivitalizzante. Decisamente intelligente e divertente il modo con cui gioca con i titoli. Sara con l’atto del fotografare ferma il flusso, continuo piatto ed omogeneo, di fatti ed avvenimenti e riesce a dare attenzione e riflessione al singolo accadimento. E’ la fotocamera quello strumento che serve a Sara per eseguire “Il salto”, che le consente la “fissazione del fatto” (O.Brik, I formalisti russi nel cinema, Garzanti,Milano 1971). In questo modo diviene così Fotografa, ossia testimone,ossia viva…..incarico onerosissimo. E quando Sara effettua il salto mi ricorda tanto il fotografo descritto da Proust ne “I Guermantes”. Ahime', fu proprio quel fantasma che io vidi, quando, entrando in salotto senza che la nonna fosse avvertita del mio ritorno, la scorsi in atto di leggere. Io ero la', o piuttosto non c’ero ancora, poiche' essa non lo sapeva, e come una donna sorpresa mentre e' intenta a un lavoretto femminile che nascondera'se vien gente, si era abbandonata a pensieri che non aveva mai dimostrato davanti a me. Di me stesso (in virtu’ di quel privilegio effimero per cui abbiamo in quell’attimo del ritorno la facolta'di assistere di colpo alla nostra propria assenza) non c’era ancora la'se non il testimone, l’osservatore, in cappello e spolverina da viaggio, l’estraneo che non appartiene alla famiglia, il fotografo che viene a prendere un’istantanea di luoghi che non rivedra' piu’. E cio' meccanicamente si disegno' in quell’attimo nei miei occhi quando scorsi mia nonna, fu proprio una fotografia.
I Guermantes, M. Proust
“Ho scelto il legno su cui lavorare, il legno è un materiale vivo, che cambia nel tempo, che si rovina, ma esteticamente, dal mio punto di vista, migliora … ho rappresentato i sogni … tentano di afferrare il tempo, ti insegnano a sperare”. Sara Munari, autrice lombarda molto attiva come fotografa e organizzatrice, si esprime artisticamente partendo dalla “fotografia di base” per poi utilizzarne le molte potenzialità espressive, i diversi linguaggi di ricerca. Di frequente fa uso di emulsioni fotografiche speciali per ottenere immagini con un’antica tecnica di stampa su materiali particolari. In Dreaming l’autrice “raccoglie” il tentativo di fotografare i sogni senza estraniarli dalla realtà. Sara Munari “sintetizza” i sogni per poi “inserirli” nel nostro quotidiano, coniugandoli con la realtà, tra desiderio e concretezza, utopia e tangibilità, nel contesto di un'elaborazione iconica in cui dominano sperimentazione e ricerca, studio e analisi, verifiche e indagini. “Its spring-like, airy riot of colour”, ha scritto Daiga Upeniece - Director of Museum of Foreign Art -, a proposito di questo lavoro, una tessitura linguistica, stimolante, carica di simboli, metafore, allegorie, concettualmente articolata nella quale c’è attenzione alla forma e alla tematizzazione. Così come c’è attenzione, secondo un preciso criterio progettuale, al posizionamento del contenuto significante del sogno, come entità singola e come contenitore di pulsioni, sensazioni, percezioni emotive. C’è un ritmo narrativo che descrive bene, argomentandoli con finezza sintattica e armonia stilistica, il reale e l’irreale, nel quadro di una studiata organizzazione compositiva. Osservando queste immagini ci si immerge – “sognando” - tra ricordi, eventi, momenti irripetibili, appunti mnemonici. In Dreaming si coniugano un vissuto che riappare, magari con le distonie proprie dei sogni, e un presente, filtrato dalle interpretazioni soggettive del momento, due segmenti che, insieme, disegnano una creatività accattivante tra realtà e fantasia. Sensazioni e percezioni che si alimentano in un contesto quasi alchemico di punti di vista, nel quale – alternativamente – ora prevale il sogno rispetto al reale, ora domina quest’ultimo riguardo al primo. Un gioco di stimolanti rimandi in cui la positività si diluisce, in un rapporto indecifrabile, con l’immaginario, l’illusione e l’astrattezza. (Fausto Raschiatore)
Da più di trent’anni l’India mi sta accanto, o meglio, io sto accanto a essa come a una dolce assenza. Come a una donna che lascia nella mente, incancellabile, il suo sguardo e poi si perde nella folla.
Il nostro incontro avvenne, apparentemente casuale, in un negozio di vecchi libri di Palermo, dove, in un disordine quasi inimmaginabile, il mio sguardo cadde sulla Storia della filosofia indiana di Giuseppe Tucci.
Cominciò così, con quel libro, il mio cammino verso Oriente – o, più precisamente, il mio restare in Occidente guardando verso Est. Consunto com’era, per diverse settimane lo portai in tasca senza la preoccupazione di sgualcirlo. Per tutta un’estate – non ricordo esattamente più quale – la sua lettura fu per me tanto incantevole da non poterla separare dal piacere quotidiano della granita di limone accompagnata con la broscia, che consumavo seduto al tavolino di un bar che non c’è più, in una piazzetta di Marsala che spero per tanto tempo ancora ci sarà: Piazza dittatura garibaldina.
Il sapore della granita di vero limone e della broscia per la quale non erano state risparmiate le uova si mescolava, dolcemente, alla prosa del libro di Tucci. L’Oriente mi si scioglieva in bocca col profumo dei limoneti.
Dopo Tucci, vennero come in una processione i libri di René Guenon, Ananda Coomaraswamy, il Mahāyāna, Nāgārjuna... Ma mai per un attimo il desiderio di vedere l’India. Non tanto perché somiglio agli animali che non si allontano mai troppo dalla propria tana, quanto perché sapevo – e penso ancora di saperlo – che un simile viaggio non mi avrebbe portato un centimetro più in là dell’India che avevo dentro. Sapevo pure che se fossi arrivato lì, i treni e i pullman stracarichi, come il baccano e tante altre scomodità non avrebbero tolto nulla a quello cui Giusepe Tucci mi aveva iniziato. Perché andare, dunque?
Ho creduto, e ancora credo, che la mia India sia ora qui – nel mio cuore e nella mia mente, giunta a me, limpidissima, con gli insegnamenti di innumerevoli maestri. Non ci sono andato, né in questa esistenza ci andrò, perché altre volte certamente vi ho abitato e, sicuramente, in altre esistenze vi abiterò.
Per scherzo, qualche volta dico di non essere andato in India perché ho conosciuto troppe persone che sono andate a vederla senza aver mai veduto i fiori che tengono sui davanzali delle loro finestre. Persone che – non sentendosi giustamente obbligati a conoscere il Buddismo e l’Induismo – sono tornate coi loro racconti entusiastici che dicono di magnifici colori, di allegria, spontaneità, povertà, magnificenza. Il tutto suffragato dalla prova della fotografia. Insomma, ho conosciuto troppa gente che ha la certezza di aver visto l’India per il fatto di averla fotografata.
Più di una volta ho chiesto loro: ma è poi veramente l’India quella che avete fotografato?
In realtà, ognuno fotografa quello che ha dentro. Così molti tornano dai loro viaggi con immagini simili a quelle che hanno visto nei depliant pubblicitari delle agenzie turistiche.
L’India è una vastità quasi indicibile. Mentre dicevo questo, un conoscente mi fece: “Ma che ne sai tu dell’India che non ci sei mai andato?”. Senza dirglielo, mi chiesi: “Bisogna essere stati in Grecia per entrare nel ragionamento di Parmenide o nello spirito dei riti orfici?”.
No, non ci sono stato in India. Ma so capire – e non temo di essere considerato presuntuoso – quando qualcuno c’è veramente stato. Ora so, per esempio, che Sara Munari c’è stata, perché c’è stata prima di arrivarci.
Sara è di quelli – pochi – che ogni volta che parte per un viaggio fotografico è già stata lì: con la mente e col cuore fra la gente e le cose che si accinge a raggiungere.
Diego Mormorio
P.S.
Lo stesso peso e la stessa misura non sono uguali per tutti.
“Che portate?” disse Omero a dei pescatori che stavano tornando a casa. “Quello che portiamo non lo abbiamo preso e quello che non abbiamo preso lo portiamo” risposero i pescatori che tornavano senza aver pescato nulla.
Omero cercò di risolvere l’enigma e, non riuscendoci, morì di vergogna. Così non seppe mai che i pescatori – forse come lui e moltissimi altri Greci – avevano addosso dei pidocchi, perché non erano riusciti a ucciderli e a gettarli in mare.
Se Omero non fosse stato un sapiente non avrebbe provato alcuna vergogna di fronte alla sua incapacità di risolvere l’enigma. Allo stesso modo se lo fosse stato di più.
“E che c’entrano i pidocchi con l’India?”
C’entrano con tutto il mondo. E c’entrano con la saggezza. Dunque, soprattutto con l’India.
L’INDIA DI SARA MUNARI
Il Tempo e l’anima dell’India
Nella nostra epoca è impensabile immaginare alla possibilità di vivere e pensare come se fossimo in una dimensione medioevale in cui la tranquillità e la solitudine invitano alla riflessione e alla ricerca. È impossibile per milioni di motivi, dalla realtà occidentale in cui viviamo fino alle troppe futili incombenze che ci procuriamo, dimenticando che la vera ricchezza che possediamo è “il tempo”.
Una delle possibilità che potremmo avere per sfuggire dalle frenetiche attività senza senso è quella di uscire e camminare al di fuori dalla stroria, ai margini della vita, in quel limbo di esistenza fatto più da ombre che di volti e sguardi, oppure quella di riuscire nell’intento di unire in un’unica attività la passione alla professione.
Sara Munari, artista di Lecco, è risucita nell’intento, unendo la passione per la fotografia alla sua professione e in tal modo è riuscita a entrare in quel piccolo numero di privilegiati che riescono a limitare l’alienazione del prorpio lavoro, a non sottostare ad imposizioni esterni e a godere in pieno del proprio tempo creativo e professionale. In tal modo raddoppiando idealmente la prorpia vita ed eliminando quel falso termine inventato dai media; “tempo libero” che altro non è che “tempo vuoto”.
Nell’antichità anche Aristotele ci ha lasciato più di una riflessione sulla stretta connessione sul rapporto tra tempo e anima. E lo stesso Gandhi ha affermato che “la vera arte deve aiutare l’anima a realizzare il suo io interiore.” (1)
Sara Munari ha provato a immortalare sulla carta fotografica proprio l’anima dell’India. E’ singolare che ci siano persone che tentano di fuggire dall’assurda vita caotica, frenetica e senza senso delle metropoli europee per rifugiarsi nella misteriosa India per ritorvare se stessi. È singolare perché l’India pur nel suo fascino indiscutibile si ritrova come uno dei simboli assoluti dell’incoerenza e delle contraddizioni (2). Eppure chi tocca l’India, ne resta contagiato, affascinato, forse anche cambiato. Sara Munari è un’artista abituata a viaggiare alla ricerca di popoli e territori al di fuori degli abituali e spesso banali circuiti turistici. Sara non fotografa il paesaggio indiano, né la gente ma l’India, l’essenza, il mistero percepito psicologiamente e fisicamente.
Sara Munari non vede ma sente la fotografia, attraverso il suo particolare modo di intendere l’atto stesso dell’istante in cui congela per sempre una scena di vita quotidiana, ha un nonsocchè di mistico e misterioso.
L’India rappresentata è dunque quella di Sara, quella che solo Lei ha visto in quel modo e così ha inteso raccontarcela, prendendoci idealmente per mano e accompagnandoci con le sue immagini attraverso sensazioni ed emozioni proprie del suo modo di “sentire” l’India.
Il risultato completo dell’opera dell’artista è quell’India magica e misteriosa di cui sono colme molte opere letterarie in cui ciò che è ritenuto affascinante, é sorella gemella della tragedia di un popolo che nell’immaginario collettivo spesso dimentica le situazioni di povertà, precarietà, assenza di futuro letto attraverso sguardi che non possono celare le paure e le ansie di un dramma in corso.
La forza espressiva dell’opera di Sara è rinchiusa nella capacità di “entrare” nella vita degli abitanti immedesimandosi nella loro quotidianità e scrivendone i sentimenti e gli stati d’animo attraverso l’occhio meccanico del mezzo fotografico che assume a sua volta un ruolo assolutamente secondario in tutta questa storia. La macchina fotografica come la penna dello scrittore, la parola per l’attore, il pennello per il pittore, non è altro che il mezzo espressivo più adatto all’artista che intende trasmettere le proprie emozioni consegnandole inevitabilmente alla storia.
Sara, giovane ma esperta fotografa, sceglie di raccontare la sua INDIA attraverso scatti che meritano particolare attenzione anche in funzione delle differenti tecniche utilizzate.
Nella selezione d’immagini inserite nella mostra, troviamo quelle che potrebbero rientrare nalla categoria del reportage, ma a Sara questo termine sta sicuramente stretto perché il suo modo di intendere questo pur affascinante genere fotografico, si avvale di un ulteriore valore aggiunto, determinato dalla presenza in molte immagini di simboli e dettagli che donano all’opera un doppio significato, spesso carico di ulteriori messaggi e chiavi di lettura.
Un’attenta analisi delle immagini, infatti, rivela sorprendenti significati, spesso contrastanti e apparentemente in contraddizione tra loro, ma a ben vedere sono proprio le incoerenze di un popolo e di una terra che proprio su questi incredibili contrasti ha costruito la sua storia moderna. Tra le opere si trovano anche alcuni scatti volutamente realizzati con la tecnica del mosso, allo scopo di conglierene l’essenza pittorica che a sua volta lascia intravedere e immaginare le scene riprese, suggerendo ,all’attento osservatore, atmosfere percepite in fase di ripresa ed ricomposte nella post-produzione. Una scelta interessante se pensiamo che anche queste opere siano il risultato di uno studio e una preparazione del lavoro che è iniziato ancor prima di salire sull’aereo che ha portato l’artista in India. La mescolanza di colori e i contorni non definiti di queste immagini si fondono idelamente con le palesi incoerenze che caratterizzano la vita in India. Si pensi, infatti, all’incredibile mescolanza di etnie, lingue (ben ventiquattro quelle utilizzate anche nei documenti ufficiali nei vari stati autonomi della Repubblica Federale Indiana) e religioni che convivono e si alimentano ogni giorno. L’Induismo (3), il Buddismo, il Giainismo e lo Sikhismo nascono proprio in questa terra, ma convivono con lo Zoroastrismo, l’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islam in un turbinìo frenetico di usanze, riti e tradizioni che si mescolano tra loro ed attraverso una misteriosa alchimia donano colore e carattere al popolo indiano. Un popolo indipendente solo da una cinquantina d’anni e considerato come una delle maggiori potenze economiche mondiali e l’incongruenza, l’irrazionalità quasi incomprensibile è espressa proprio dalle immagini di Sara che addentrandosi con la macchina fotografica tra le case e la gente comune ha scoperto che nonostante i numeri e le statistiche tanto amate dagli economisti, esiste una realtà basata sulla fame e gli stenti quotidiani. Così l’India raccontata da Sara non so dire se è quella più bella, di certo è uno spaccato molto interessante di questo paese, senz’altro è l’aspetto più ricco di poesia e mistero.
È il paese delle contraddizioni; il carretto trainato dai buoi che procede a passo d’uomo si contrappone e convive con un traffico velocissimo e pullman colmi all’inverosimile, il rumore assordante dei motori e dei clacson si contrappone al silenzio e trascendentale mondo dello yoga, della meditazione e della preghiera nei moltissimi templi, meta di contiunui pellegrinaggi.
Accanto alla frenesia, sporcizia e disorganizzazione delle vie commerciali, Sara documenta, quasi in punta di piedi, con attenzione ma soprattutto con rispetto e quasi devozione, la vita di chi vive ai margini, la vita fatta di colori intensi e sensazioni forti, dove la ricchezza si misura addirittura nella possibilità di acquistare il legno per la pira che brucerà il corpo al momento del trapasso. Sara ha visto, sentito e raccontato anche la morte e la straziante attesa. La morte in India meriterebbe un capitolo a parte, forse per provare a comprendere quale sia la forza che gli permettono di sopportare con incredible serenità, pace e comunione quel momento fatidico della dipartita dalla vita terrena. La forza delle immagini anche in questo delicato aspetto del suo viaggio assume particolare importanza perché suggerisce domande e risposte nei dettagli inseriti nelle pagine che seguono. Nei villaggi che hanno ospitato Sara, la vita scorreva lenta, la cordialità fin esagerata, la disponibilità all’ordine del giorno e la semplicità, uno stile di vita.
La città di Varanasi, il Gange, la Ghat di Manikarinka e molto altro ancora, nelle immagini dell’artista che sapientemente ha scelto di affiancare agli scatti il suo “diario”. Un autentico valore aggiunto che pone l’accento, un ulteriore affasciante contrasto; sensibilità e ironia. Caratteristiche che emergono dal suo “stile” fotografico anche nei precedenti lavori.
Sara è sempre guidata dal suo intuito, quando osserva e cerca di scoprire l’essenza di una scena e il suo lavoro, incapace d’essere semplicemente descrittivo, trova la massima espressione nei dettagli e nei significativi simboli inseriti nelle inquadrature. Sara ama in modo profondo e viscerale la libertà che gli offre la sua professione e la interpreta con la sensibilità che gli è propria permettendo che il lato sottilmente ironico (4) emerga in molti suoi scatti.
Mi torna alla mente quello che il celebre poeta francese Jacques Prévert scrisse a Robert Doisneau:” E’ sempre all’imprefetto dell’obiettivo che coniugi il verbo fotografare.” “Un’immagine, un odore, una musica in tre tempi mi bastano perché riaffiori in me un ricordo personale.”(R. Doisneau)
Nessuno sfugge al fascino dell’India, al mistero, la magia, i colori e la poesia dei luoghi e delle situazioni che regalano attimi d’eternità ed emozioni forti, semplici e subilimi.
Sara al termine del suo viaggio si chiede se l’India l’ha cambiata, lei non lo sa ma già il fatto di porsi questa domanda è una risposta.
A cura di Alberto MOIOLI
Note:
1 – Gandhi “Antichi come le montagne” . ed. comunità 1963
2 – Contraddizioni che come disse Aristotele altro non è che un “opposizione che di per sè eslcude vie di mezzo”.
3 - L’induismo è la religione di riferimento dell’INDIA. Antichissima fede religiosa è fondata su una concezione metafisica che ha la sua espressione in una triade divina superiore, Brahma, Visnù, Shiva e pone le sue idee fondamentali nell’energi vitale cosmica, impersonale, Braham. In India, come ben spiega anche nel diario di viaggio l’artista Sara Munari, tutto ciò che ha particolare rilievo, è divinizzata, dal fiume ad alcuni animali, una sorta di sottolineatura al cocetto d’inspiegabili poteri ultraterreni assegnati più per paura che per devozione. La pace e il rispetto verso il trapasso é determinto proprio dai concetti base sviluppati intorno alla religione induista che indica la strada adeguata per affrontare la morte con serenità e speranza. Speranza nella reincarnazione. Bisogna riconoscere come in India senza gravi scontri sociali si stia assistendo a un incredibile equilibrio civile tra le moltissime credenze, tradizioni e divinità. Questo è il tipo caso in cui la forza della religione assicura l’ordine sociale attraverso un costante consolidamento delle disposizioni divine e ragioni che oprtremmo definire extraumane.
4 – Il concetto di “ironia” inserito nel testo e riferito alle opere di Sara Munari s’intende non in senso socratico bensì nel concetto più “romantico “ del termine. Mi spiego meglio. A cavallo tra l’ottocento e il novecento in ambiti filosofici, poetici e artistici s’intendeva come autentico distacco ironico dell’autore dalla realtà rappresentata ed esaltazione del concetto di libertà espressiva propria di chi è consapevole della propria buona fede.
Luigi Erba storico e critico della fotografia:
Critica partecipazione al toscanafotofestival:il lavoro di sara munari e' profondamente esistenziale realizzato mediante la stratificazione di immagini, ricordi, frammenti di profonda risonanza interiore.
 
BIO

 

SARA MUNARI nasce a Milano nel 72. Vive e lavora a Lecco.
Studia fotografia all'Isfav di Padova dove si diploma come fotografa professionista. Apre, nel 2001, LA STAZIONE FOTOGRAFICA, Studio e galleria per esposizioni fotografiche e corsi, nel quale svolge la sua attività di fotografa. Docente di Storia della fotografia presso l'Istituto Italiano di fotografia di Milano e di comunicazione visiva e tecnica fotografica presso l'Isgmd di Lecco. Collabora con l'Università Cattolica di Milano per alcune pubblicazioni. Dal 2005 al 2008 è direttore artistico di Leccoimmagifestival per il quale organizza mostre di grandi autori della fotografia Italiana e giovani autori di tutta Europa. Organizza workshop con autori di rilievo nel panorama nazionale. Partecipa nel 2008 al premio S.Fedele. Espone in Italia ed Europa presso gallerie e musei d'arte contemporanea. Fa parte dell'Archivio Nazionale di fotografia di Castellanza e di quello dell'Università Tor Vergata a Roma. Nel 2009 esce il suo primo libro "Oceano India". Fa da giurata e lettrice portfolio in Concorsi e Festival Nazionali. Ottiene premi e riconoscimenti a livello nazionale. Vince nel 2010 il Premio Roberto del carlo, Luccadigitalphotofest. Dal 2011 entra a far parte dell'Agenzia La Presse. SI DIVERTE  CON LA FOTOGRAFIA, LA  AMA E LA RISPETTA!   

prossime mostre


*Febbraio by Tutu's Dionisiaca Londra

*Marzo "Le donne nel mondo" Costa Masnaga

EVENTI

Intervista Nikon School http://www.nital.it/nikon-school/interviste/intervista-sara-munari.php

Vincitrice PREMIO ROBERTO DEL CARLO 2010 con Di treni, di sassi e di vento. PORTFOLIO